AUSCHWITZ è fuori di noi, ma è intorno a noi. L’INDIFFERENZA è più COLPEVOLE della violenza stessa, perché è LA MANO INVISIBILE CHE LE PERMETTE DI AGIRE. Oltre il monitor, oltre il cancello: perché il 27 gennaio ci riguarda ancora PER NON DIMENTICARE, È DOVEROSO RICORDARE… Il 26 gennaio, la nostra scuola si è fermata. Davanti alla LIM, in un silenzio insolito per le nostre aule, abbiamo varcato virtualmente i cancelli di Auschwitz-Birkenau. Grazie alla diretta organizzata dal Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM), i corridoi di ruggine, le baracche di legno e le distese di binari che abbiamo sempre visto sui libri di storia sono diventati, per due ore, spazi reali, tangibili, vicini. A volte pensiamo che dopo ottant’anni la memoria sia un esercizio stanco, una ricorrenza dovuta. Invece, camminare (seppur virtualmente) tra le macerie di Birkenau ci ha insegnato che la Shoah non è stata un “incidente” della storia, ma un’opera costruita da uomini contro altri uomini. Abbiamo scoperto che prima dei forni crematori ci sono state le parole: parole d’odio, di scherno, di esclusione. Abbiamo imparato che il termine Häftling (detenuto) era lo strumento con cui si cancellava l’anima di una persona prima ancora di distruggerne il corpo, sostituendo un nome con un numero tatuato sulla pelle. La riflessione più forte nata in classe non riguarda però il passato, ma il presente. Guardando quei luoghi, ci siamo chiesti: come è stato possibile? La risposta più amara non sta solo nella crudeltà dei carnefici, ma nell’indifferenza di chi stava a guardare. Come nel film La zona d’interesse, dove una famiglia pranza tranquillamente mentre oltre il muro del giardino accade l’orrore, anche noi oggi rischiamo di alzare muri invisibili. L’indifferenza è un’anestesia: ci fa credere che il dolore degli altri non ci riguardi, che la discriminazione di un compagno o l’odio sui social siano “cose da niente”. Il testimone passa a noi. Oggi i sopravvissuti, come Liliana Segre (95 anni), Sami Modiano (95 anni), Edith Bruck (94 anni)… sono rimasti pochissimi. Il “Viaggio della Memoria 2026” ci ha fatto capire che il testimone sta passando di mano. Ora tocca a noi. Visitare Auschwitz non serve a diventare esperti di storia, ma a diventare cittadini migliori. Il vero Memoriale non è fatto di pietre o di musei, ma vive nella nostra capacità di dire “No” ogni volta che vediamo un’ingiustizia, di non restare in silenzio quando qualcuno viene isolato, di non essere, mai più, degli indifferenti. Il cancello di Auschwitz è ancora lì a ricordarci di cosa siamo capaci se smettiamo di pensare. Sta a noi, ogni giorno, scegliere di restare umani.
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Voci dalla Classe: i nostri “Pensieri a caldo”
Ho chiesto ad alcuni studenti di riassumere l’esperienza di oggi in una parola o una riflessione:
• Michele: “Vedere i mucchi di scarpe e occhiali mi ha fatto capire che dietro ogni numero
c’era una vita come la mia.”
• Alessandro: “Mi ha colpito la parola ‘Häftling’. Togliersi il nome è il modo più veloce per
smettere di considerare qualcuno un essere umano. Non dobbiamo permetterlo mai più.”
• Valentino: “La lezione più grande? Che la democrazia non è gratis, va difesa ogni giorno
con il pensiero critico.”
• Elia: Mi hanno turbato diverse immagini… Auschwitz I (Il Campo Base). Blocco 11 noto
come il “blocco della morte”, dove avvenivano le torture e le esecuzioni. Davanti a questo
blocco si trova il Muro della Morte, dove migliaia di prigionieri vennero fucilati.
• Gaia: Ho provato una profonda angoscia veder le prove dello sterminio: nel museo sono
esposti gli oggetti sottratti alle vittime: tonnellate di capelli, migliaia di scarpe, occhiali,
valigie con i nomi scritti sopra e le latte vuote di Zyklon B, il gas utilizzato nelle camere a
gas.
• Grazia: La reazione emotiva più forte è stata vedere, tra le migliaia di scarpe esposte,
quelle piccolissime appartenute ai bambini, la loro innocenza violata…
• Antonio: Un grande senso di vuoto e silenzio…
• Cristina: Che l’indifferenza è il pericolo più grande, perché è ciò che ha permesso che tutto
questo accadesse…
• Maria Grazia: Dovremmo capire che oltre le parole e la commozione del momento, il
passaggio cruciale è trasformare la Memoria (il ricordo del passato) in Responsabilità (in
azioni nel presente). Visitare Auschwitz, anche virtualmente, ci lascia un “debito” morale
che si onora attraverso pratiche quotidiane.
Classe 4ª AFM/SIAS
Personale scolastico
Docente e referente